About a cat

Un amico una volta mi disse che ero più bravo a stabilire rapporti coi gatti che con gli umani. Quanto segue dimostra che aveva ragione.

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La Granduchessa Babuela Margot Panchina Morbideena Tenenbaum de’ Papussy y Babirussy entrò nella nostra vita esattamente sette anni fa, inaspettata come tutti i migliori gattini.
Era la vigilia di Ognissanti, la notte delle streghe. La nota di urgenza nella voce di nostra madre era evidente anche al telefono e il punto interrogativo alla fine della frase “Volete un gattino?” presente solo per rispetto della forma. Simone, che aveva preso la chiamata, non ritenne necessario consultarmi, un gatto era l’unica cosa che mancava alla nostra casa nuova.
Può sembrare fuori luogo che il primo ricordo che ho di lei riguardi la pipì, ma fu la prima volta che mi accorsi di trovarmi davanti un gatto speciale. Il suo arrivo ci aveva colti del tutto sprovvisti di servizi igienici per felini e le due preoccupazioni principali, appena svegli il mattino dopo, furono procurarsi una lettiera e localizzare le pozzanghere gialle in casa. Se il primo punto all’ordine del giorno non si rivelò un problema, la ricerca al punto 2 non diede risultati, per ragioni che furono immediatamente chiare appena allestita la lettiera. Mai avrei creduto che un animale così piccolo potesse contenere tanto liquido!
In realtà non avremmo dovuto stupirci di tanto decoro e buona educazione in un cucciolo. Conoscendola meglio avremmo scoperto che la storia della sua famiglia andava a braccetto con quella della nostra civiltà. In fondo, i Babirussy cacciavano lucertole per le strade di Bubastis quasi tremila anni fa e pare che l’albero genealogico dei Papussy affondasse le sue radici in tempi ancor più remoti.
Avevamo accettato senza tante domande il nome (Yoda) con cui ci era stata presentata e che era diventato quello “ufficiale”. Raramente l’avevamo usato in casa, preferendo pescare dalla lista dei nomi di famiglia o affidarci all’archetipico “La Gatta”.
Una volta cresciuta, dopo aver lungamente ponderato i pericoli del caso, avevamo deciso di lasciarla libera di gironzolare per i tetti. Una personalità del genere non poteva restare confinata in sessanta metri quadri. I rischi, si intende, facevano parte del gioco; in fondo il nome di Margot Tenenbaum se lo guadagnò sparendo per tre giorni e tornando senza mezzo dito, ma sembrava quasi che una mano invisibile la proteggesse dalle peggiori conseguenze delle sue disavventure.

Adesso non c’è più e io proprio non riesco ad accettarlo.
Forse perché solo dopo ho capito quanto la prendessi per scontata, quanto l’ho amata.
Non riesco a smetter di pensare ai suo enormi occhi verdi, due lanterne egizie, che ti guardavano dentro. Non riesco smettere di ricordare tutte le volte che mi sono perso a contemplare il suo manto, il soriano grigio più comune che rivelava in trasparenza l’oro della leonessa.
Non avevo mai visto prima tanta intelligenza e buone maniere in un felino, non avevo mai incontrato un gatto che usasse la zampina per raccogliere le crocchette e portarsele alla bocca né avevo conosciuto una gatta che non sapesse miagolare, preferendo esprimersi in quella strana lingua pigolante che dicono si parlasse ad Ulthar tanto tempo fa.

So bene che ogni gatto ha la sua storia, che ognuno è unico e lascia il segno a modo suo. So anche che il tempo cura tutto e che in un futuro non lontano c’è un gattino che mi aspetta, avrò ancora la mia dose di fusa e potrò di nuovo affondare le mie dita in un pancino morbidino. Eppure…
…eppure non riesco a levarmi di testa la precisa senzazione che, periodicamente e quando meno me l’aspetto, lei tornerà per impastarmi il cuore. Che non ce ne sarà mai più un’altra così.
E qui si attiva quel dubbio imbecille: sarà del tutto etico provare per un animale la stessa intensità di sentimenti che si prova per un homo sapiens sapiens? Sentire lo stesso tipo di “buco”? Non c’è il rischio che qualcuno se ne abbia a male? (bisognerebbe anche affrontare il discorso del perché non riesco ad aggiungere nulla a questo blog, se non quando perdo chi mi è più caro, ma non è né il luogo né il momento)
Onestamente non conosco la risposta. Potrei sbagliare (lo faccio spesso) ma non sono mai stato specista. Una persona è una persona è una persona indipendentemente dal numero di arti che usa per camminare o dal modo in cui comunichiamo. D’altra parte non è mai stata mia intenzione offendere l’insensibilità di nessuno.
C’è un problema più grosso, però.
L’inverno è alle porte, fa freddo e di sole se ne vede poco.
La sera viene buio presto e quando accendo la luce in camera l’abitudine prende il sopravvento e la cerco. Mi chiedo dove si sarà messa a dormire, stasera.
Ma lei non c’è più.

I’ll have a BIG serving of #4, please

La Famosa Versione del Piero (versione illustrata)

Su gentile richiesta e per la gioia di tutti coloro che hanno tradotto dal greco o dal latino, ecco a voi la Famosa Versione del Piero.

Il testo originale da "Bios Ellados"

Il testo originale da “Bios Ellados”, per massimizzare l’effetto comico.

Un disegno malvagio, dice Esiodo, è dannoso a chi lo escogita, e: “Chi prepara danni contro un altro prepara danni contro il suo fegato.”


La cantaride mostra di  avere riunito in sé il rimedio ed una certa ripugnanza; la malvagità genera insieme sofferenza e castigo, non dopo, ma nella stessa violenza che paga il fio e ciascuno dei malvagi puniti porta al corpo la croce di esso; la malvagità escogita dei castighi da se stessa, essendo qualcuno terribile artefice di una vita deplorevole e avendo con vergogna molte paure e difficili sofferenze e pentimenti e turbamenti incessanti.


Ma alcuni in niente differiscono dai fanciullini che vedono le cattive azioni nei teatri, spesso nelle tuniche intessute d’oro e nelle clamidi purpuree incoronatisi e danzando la pirrica, e si stupirono come felici, finché: essendo stimolati e sferzati e levando il fuoco da quello vegetale e un sontuoso vestito, siano visti.


Infatti, molti poveri circondano di nascosto le grandi case e le autorità e le forze evidenti poiché sono castigati prima di essere visti, che sono sgozzati o eventualmente siano precipitati giù: le quali cose qualcuno potrebbe dare non pena, ma limite della pena e compimento.

Lost on the Lost Coast

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Perso nei boschi, tra erbe aromatiche, cani ottusi e maialini da salotto, Huginn e Muninn, quindici gatti e tre code al massimo. Diviso tra attività irriferibili e la nobile missione di portare la pizza ai Petroliesi, mi interrogo…

Mi interrogo sui mille misteri dell’umana esistenza e, più nello specifico, mi interrogo sulla caducità delle connessioni wireless nell’era della comunicazione globale e sulla scarsa praticità del tastierino virtuale del mio furbofono.
Apro una parentesi: Possessori di smartphone, abbandonate il termine barbaro e a partire da oggi chiamate il vostro fido mangia-cervello con l’autarchico neologismo da me testé inventato (mi raccomando: l’accento va sulla prima”o”).
Non dovrei essere io a dirlo ma… “furbofono”, sentito come suona bene?
Furbofono
Dante in persona ne andrebbe fiero. Chiusa parentesi.

Mentre io mi interrogo senza trovare risposte, voi ricordatevi che, comunque vada, ci saranno sempre ragioni oggettive e cause di forza maggiore ad impedirmi di aggiornare il blog (che, a scanso di rischi, rimane ufficialmente chiuso). Non sarà mai colpa della mia monumentale pigrizia o dell’Entropia che mi divora la mente. Mi sembrava giusto precisarlo.
E a quelli che, nonostante tutto, si ostinano a seguire le mie saltuarie vaccate posso solo dire grazie. Passate una buona Estate, continuate a sopportarmi e se col vostro cellulare navigate su Internet, d’ora in poi chiamatelo furbofono.

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“La parola furbofono mi garba di molto, anzi: avrei voluto inventarla io. Vi consiglio di usarla spesso”

Just a quick one

Dopo una settimana da pascià a Nevada City, sono arrivato da due giorni nella contea di Humboldt; dove la pioggia è tanta, il sole manca e il clima uggioso mi annoda le budella. Per il momento mi godo i nipotini e non mi sforzo più di tanto a scrivere (lo so, lo so, sono incorreggibile).

Ciononostante eccomi tornare a voi con una sveltina, giusto per ricordare a chi se ne fosse dimenticato che la California è quel posto dove ti può capitare di assistere a questo la mattina:

e alla sera a quest’altro:

…e per oggi direi che basta.

Golden Harvest

1890 photograph of the first "Bear Flag.&...

Come molti non sanno (e mi scuso ufficialmente con chi dovesse scoprirlo in questo momento) all’inizio di questa settimana sono ripartito per la California.
Le ragioni di questo gesto sono ancora sconosciute, anche se le congetture si sprecano. C’è chi sostiene che l’ho fatto per non dover affrontare il dilemma amletico al ballottaggio per il sindaco di Pantanopoli, c’è chi crede che la ragione sia da cercare in un microorganismo che ha infettato il mio sistema nervoso centrale due anni fa e che ora ritorna dove è partito per completare il suo ciclo vitale, c’è chi è convinto che l’ho fatto per sfuggire a debiti di giuoco contratti con i peggio elementi della mala Lunigianese.

Il vero motivo, naturalmente, resta segreto, ma come potete constatare sono in gran forma (nel senso di privo di logica e ritegno) e a dispetto dei consigli del buonsenso ho deciso di riaprire Lost in the Supermarket per la stagione estiva. Avevo detto che non sarei tornato su queste pagine finché non fossi stato in grado di garantire una periodicità costante, avevo anche detto che la prima cosa che avrei fatto sarebbe stato parlarvi di Jinfernal…
D’altra parte le promesse da marinaio sono forse l’unica vera certezza di questo blog, quindi eccomi qui senza alcuna garanzia di costanza né il più vago accenno al Diabolik dei miserabili.

Cosa potete aspettarvi da queste pagine? Tanto per cominciare un incremento di delirio, nella speranza che serva a rendere un po’ meno invadente l’altro tizio.
Apro una parentesi: avete visto “The Avengers”? Visti i risultati al botteghino la risposta più probabile è sì, io ci sono andato pronto ad odiare Mark Ruffalo con tutte le mie forze e alla fine mi sono ritrovato ad amarlo…
Dicevamo: un incremento di delirio ai limiti dell’illeggibilità, un resoconto più o meno romanzato di quello che mi succede o potrebbe succedermi ma soprattutto la promessa che giunto Settembre tornerò nei ranghi e mi dedicherò esclusivamente a Tumblr e a ripostare George Takei su Facebook.

Prima di lasciarvi, un dubbio: ma Richard Branson ci è o ci fa? Osservatelo per un istante in tutta la sua magnificenza.

Ora domandatevi: è questo il modo di amministrare una compagnia aerea? Hostess fighe e cibo non-emetico in classe economica? Ci deve essere per forza sotto qualcosa, e non sono nemmeno sicuro di voler sapere cosa…

Questo coso attaccato all’anima continua a darmi dei problemi…

Più o meno un anno fa, mentre mi preparavo ad attraversare l’Atlantico nella direzione sbagliata, salutavo così l’esiguo pubblico di Lost in the Supermarket:

Quindi chiudiamo qui, finita la commedia; salutiamo chi ha resistito fino in fondo, cala il sipario, è ora di mettere le sedie sui tavoli e spazzare il pavimento. Buonanotte e buona fortuna a tutti.

Se c’è una cosa che ho fatto per bene negli ultimi mesi (almeno per quel che riguarda il blog) è stato non mantenere le promesse…
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Happy Birthday, King!