Westward Ho!

I giorni trascorsi in New Mexico sono volati via, come un fulmine lubrificato, come un sogno che lascia solo un’impressione vaga e dolce. Ma forse è meglio procedere con ordine…

"Ingoierò la tua anima!"

Come da programma abbiamo baciato la nostra sorellina, caricato bagagli e dolori, siamo entrati un’altra volta nella pancia del levriero e ci siamo messi in moto sulla strada verso Ovest. Allontanarsi dalla Georgia e dal suo clima inadatto alla vita umana è stato un sollievo. Dopo una notte senza storia entriamo in Tennessee e il nostro viaggio prende una piega musicale. Ci spostiamo sulla Isaac Hayes Memorial Highway; da Nashville (una delle patrie del country) a Memphis (dove il Re riposa in attesa del giorno in cui tornerà, per salvare il rock ‘n’ roll), facendo tappa a Jackson, ultima dimora di Carl Perkins, dove abbiamo potuto ammirare una delle poche stazioni Greyhound architettonicamente decenti degli Stati Uniti.

Non fatevi ingannare dalle apparenze, da vicino è sporca e deprimente quanto le altre...

Viaggiare sugli autobus americani è un’esperienza per stomaci forti, che ridefinisce il concetto di “interessante” sia nel bene che nel male. Sedili scomodi, stazioni sudice, individui preoccupanti e cibo che ci si aspetterebbe di trovare al lato opposto del tubo digerente sono solo alcuni dei rospi da ingoiare. Non c’è niente come un po’ di sana sofferenza fisica per alleviare i lividi dell’anima.

A Memphis avviene l’imponderabile: i nostri bagagli vengono caricati sull’autobus sbagliato (grazie a dio con la stessa destinazione del nostro) e viviamo un paio d’ore di pura angoscia mentre preghiamo di riuscire a prenderlo per la coda alla prossima fermata. Tutto è bene quel che finisce bene, ma la colonna dei fatti negativi rischia di allungarsi a dismisura!

La parte migliore/peggiore di un viaggio sui Greyhound sono gli incontri. Nella galleria degli orrori di vari ed eventuali (tossici, alcolizzati, obesi all’ultimo stadio che a stento calzano nei sedili, evidenti incroci fra cugini), in questa parata del peggio che gli Stati Uniti hanno da offrire c’è la consolazione di tanti incontri piacevoli. Forse è il trovarsi tutti in balia del Fato, prigionieri di un servizio che definire scadente è un insulto a tutte le scadenze, ma una persona funzionante è come un porto in un mare di mostri. Viene naturale fare quadrato, guardarsi le spalle a vicenda; è facile creare dei legami che verranno presto sciolti dai bivi della strada. Così si incontra gente come Robert, un colosso afroamericano che si guadagna da vivere guidando camion e che chiacchiera per due ore con Simone mentre mi abbandono all’oblio del sonno (dormire su un autobus Greyhound non serve a riposare, ma resta il sistema migliore per far passare il tempo).

A Little Rock AR, complice la gabbia fumatori, ci mettiamo a chiacchierare con due figure storiche. Il primo è Orlando, sostiene di essere un ex-soldato, pantaloni mimetici e targhette sembrano confermare questo fatto, ma le storie che racconta danno spesso l’impressione di essere un pelo esagerate. Il secondo è Matt, un tondo Navajo dalla battuta pronta che non manca mai di sottolineare l’assurdità di quel che dice l’altro. Quando torniamo sulla corriera, si crea immediatamente un clima da gita scolastica; si sparano boiate, si parla di wrestling e film, ma soprattutto si ride alle spalle degli altri passeggeri mentre Matt ascolta death metal senza cuffie… Naturalmente non può durare e l’autista ristabilisce l’ordine. Cullati da un canto Navajo alle nostre spalle, ci addormentiamo.

E quando, figlia di luce, sorge l’Aurora, dita rosate, ci trova ad Albuquerque, NM; ma il viaggio non è ancora finito. Il nostro treno per Santa Fe non lascerà la città prima di tre ore, per cui inganniamo il tempo in modo tradizionale: caffè, sigaretta e conversazione con uno sconosciuto. In questo modo conosciamo Leonard, tra i cinquanta e i sessanta, faccia da caratterista messicano e un tutore al polso destro. La sera prima è andato all’ospedale per un tendine stirato ed ha perso l’ultimo treno, dopo la notte in pensilina non è molto loquace ma caffè e sigaretta lo rianimano. Parliamo del più e del meno, ci consiglia molti posti interessanti in zona. Posti che non vedremo, vista la natura meteoritica del nostro passaggio in New Mexico…

... le volte che rimpiango di non essere un fotografo.

Viaggiamo verso Santa Fe e il paesaggio sorge in tutta la sua arida maestà. Per uno che ha preferito passare parte della propria infanzia chiuso in uno sgabuzzino a leggere Tex Willer, anziché sui campi di pallone è una specie di ritorno a casa (tra parentesi credo che sia l’unico motivo per cui mio padre mi ha perdonato la parte: “non sui campi di pallone”). Arriviamo a destinazione senza cariche di Apache o assalti di fuorilegge e veniamo accolti da Leland & Hope. Incredibilmente belli, impossibilmente intensi e magnificamente evoluti; se non fossero anche due delle nostre persone preferite, sarebbero quasi fastidiosi! Bisogna ammetterlo: noi siam quel che siamo, però abbiamo gli amici migliori del mondo.

Non abbiamo il tempo di scendere dal treno, che veniamo travolti da un assalto di suoni e colori, profumi e sapori da tredici direzioni contemporaneamente. È il mercato del sabato di Santa Fe in tutta la sua gloria (un punto a favore di Greyhound: passare due notti e un giorno sui loro autobus equivale ad assumere una qualche sostanza). Diventa subito evidente che Leland e Hope conoscono TUTTI, non possiamo fare tre passi senza finire tra le braccia di un amico. E quindi: presentazioni, chiacchiere, storie. Procediamo tra le bancarelle al passo del bradipo alcolizzato, finché, al solito, succede l’imponderabile…

Siamo nella fase “Conoscenza & presentazioni” con Nick. È un ex compagno delle superiori di Hope ed ha una bancarella di frutta e verdura; un tipo bizzarro con una splendida pettina anni ’80, occhiali da nerd e una padronanza della lingua italiana quasi perfetta. Scopriamo che ha amici in Italia che visita spesso, a Cremona, dove dieci anni fa ha trascorso un intero anno scolastico.  Lentamente tutte le tessere cadono al loro posto, fino all’inevitabile “Ma sei Simone!”

È Nick. Nick che era in Italia con AFS nel ’99/’00, l’anno di Kattia. Nick che tanti bruciori di stomaco ha procurato a Clelia, la nostra onorata madre. Nick che era COMPLETAMENTE PAZZO! È ancora notevolmente pazzo, ma sembra che ora ci sia del metodo nella sua follia. Parliamo a lungo prima di lasciare il mercato, poi ci saluta e ci regala una sporta strapiena di verdura. “Cetrioli della madonna!”

Mille e passa parole… Sento puzza di post in due parti. Quando avrò finito di mettere alla prova la vostra pazienza, siete tutti invitati in Borgo Tanzi per provare un po’ la mia. Continua e finisce… presto che gli eventi incalzano.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...