Sitting on a beautiful tree Pt.2

RIASSUNTO DELLA PUNTATA PRECEDENTE: All’inizio della Civiltà umana un’Idea ci mette in testa di essere l’unica possibile. Salto in avanti di qualche migliaio di anni: siamo tutti nella m…. fino al collo (anche se facciamo l’impossibile per negarlo).

A questo punto, quando ogni speranza sembra perduta, un’altra storia germoglia sul tronco della Storia Più Grande. Dall’incontro di due mondi opposti nasce un nuovo frutto… È la storia di una figlia del Nuovo Continente, cresciuta in una riserva nel deserto, e di un figlio del Vecchio, cresciuto in un paese fra le montagne; la storia di un incontro avvenuto per caso (ma siamo sicuri che il caso esista veramente?), un incontro breve ma durato abbastanza a lungo da generare un figlio. Questo bambino, che chiameremo Martìn, biondo come suo padre ma con il cuore pieno delle storie apprese da sua madre, cresce con la consapevolezza che le vie dell’Altra Idea non sono le sole possibili. Tutta la sua vita, dall’infanzia all’adolescenza, è un omaggio all’anima naturale del Continente, rifiutando i concetti imposti dall’esterno e cercando di vivere in modo più armonioso.

Naturalmente, in un Mondo dove l’Altra Idea è quasi completamente vittoriosa, un certo stile di vita non può essere ottenuto che a costo di fatica e sofferenze; ma Martìn tiene duro: coltiva il suo cibo, costruisce i suoi utensili e cuce i suoi vestiti, ignorando lo scherno di chi si crede più furbo. Finché un giorno, nel momento più buio della sua vita, quando il peso di ogni giorno sembra insopportabile, strani sogni cominciano a visitarlo. Sogna di passeggiare per le strade di un villaggio sulle sponde di un lago, una comunità dove tutti vivono rispettando ed onorando la Prima Idea. È a questo punto che Martìn sente di doversi mettere in cammino, di dover abbandonare il luogo dove ha passato tutta la vita e al quale non è più legato da nulla, sente un ineluttabile richiamo a muovere i suoi passi verso Sud.

Il viaggio che segue dura mesi e mesi ed è una storia da raccontare in un’altra occasione, piena com’è di incontri e avventure; quello che invece ci interessa sapere è che un giorno, quasi due anni dopo essersi messo in cammino, Martìn incontra sulla sua strada un villaggio sulle sponde di un lago ESATTAMENTE IDENTICO a quello che aveva visitato nei suoi sogni. Il giovane non crede ai propri occhi e vaga sbalordito per le strade del paese, finché non si sente afferrare alle spalle e sbattere con violenza contro un muro. Il suo aggressore è un uomo anziano, secco e duro come legno stagionato e con due occhi fiammeggianti: “Ce ne hai messo di tempo – gli dice – sono due anni che ti sto chiamando! C’è un sacco di lavoro da fare.” Quel vecchio, nientemeno che il più grande sciamano Maya di quest’epoca, prende Martìn sotto la sua tutela, facendone il proprio apprendista.

Così la vita del giovane vagabondo viene completamente trasformata, accolto dalla comunità prende pian piano il posto del suo maestro come sciamano del villaggio, con il compito di portare l’equilibrio dove è stato interrotto. Con il passare degli anni il suo ruolo all’interno del villaggio cresce di importanza e Martìn diventa un membro autorevole e rispettato della comunità; vivendo una vita piena e soddisfacente, dura e difficile a volte (perché la sofferenza è comunque parte del Tutto) ma sempre rispettosa della Prima Idea. Sarebbe bello finire qui la storia, ma ricordiamoci che la Macchina non si ferma mai ed uno dei suoi obbiettivi primari è cancellare qualsiasi cosa si opponga all’Altra Idea. Così avviene l’inevitabile e la vita del villaggio viene dapprima messa in discussione da fazioni apparentemente opposte, ma unite nell’intento di eliminare lo stile di vita indigeno. Poi, come sempre succede, esplode la violenza e quello che restava del meraviglioso villaggio sul lago, viene cancellato in un bagno di sangue.

Lo stesso Martìn, in quanto figura autorevole e fiero sostenitore delle idee tradizionali, è marchiato, un nemico del progresso da giustiziare a vista… Nonostante la sua determinazione a restare e lottare, anche fino alla morte, per ciò che ama, non sarà questo il suo destino. È uno degli ultimi depositari di una saggezza antica, un seme che può generare una pianta preziosa e questa sarà la sua missione: “Porta le nostre tradizioni nel luogo da cui provengono i proiettili”. Con il cuore spezzato e sanguinante, Martìn si mette in marcia verso Nord, da dove era partito tanti anni prima…

La storia di Martìn può suonare come una fiaba ai nostri cuori rigidi, ma è assolutamente vera (potremmo discutere sul fatto che TUTTE le storie sono vere e che le fiabe sono le più vere in assoluto, ma non stavolta…). La versione che vi ho raccontato è condensata e decisamente impoverita ma, per vostra fortuna, Martìn è un narratore infinitamente migliore del Vostro Affezionato e l’ha raccontata per esteso in una serie di libri. Il primo “I segreti del giaguaro che parla” è stato tradotto in italiano (anche se non metto la mano sul fuoco sulla qualità della traduzione), chi di voi è in grado di leggere in inglese potrà apprezzare anche tutti gli altri.

La storia è ben lontana dalla sua conclusione, se mai una conclusione ci sarà… Martìn è tornato da dove era partito, ha fondato una scuola e sta cercando di continuare il suo lavoro di sciamano su una scala molto più grande. Forse siamo ancora in tempo per un lieto fine…

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