I don’t really want to leave, but I gotta go…

… e così siamo arrivati alla fine del viaggio, ancora un balzo verso Est e la strada mi riporterà dove sono partito. Quattro mesi fa avevo scritto che un viaggio, quando è viaggio davvero, non lo puoi controllare, tutt’al più puoi seguire la corrente in modo consapevole (non avevo scritto esattamente così, ma il senso era quello). Come Volevasi Dimostrare.

Ho provato a calarmi nel cuore dell’America Autentica, ammesso che esista questa bestia, per esplorare la faccia dietro la maschera; perché quello che vedi su uno schermo non è MAI la verità, solo il riflesso di un riflesso. Quattro mesi di strada, di incontri, quattro mesi a confermare legami noti e sicuri e ad annodarne di nuovi. Ho attraversato l’Oceano per cercare delle risposte e, possibilmente, per andare incontro ad una trasformazione; come sempre in questi casi non ho necessariamente trovato quello che cercavo, ma ho ricevuto più di quanto mi aspettassi. Quattro mesi che, onestamente, non riesco a capire se sembrano quattro anni o quattro minuti, chi l’ha detto che il tempo si può misurare in modo preciso? Vatti a fidare degli Svizzeri…

… alla fine quel che conta veramente è cosa porti con te quando l’ esperienza è giunta al termine; da questo punto di vista, due o tre cose posso dire di averle imparate.

  • Ho imparato che il cibo che hai cresciuto tu ha un sapore diverso da quello che compri al Supermercato
  • Ho imparato che parlare con le cose, le piante, gli animali e gli spiriti non necessariamente vuol dire che hai perso il senno; quel che conta è mantenere la calma quando cominciano a risponderti.
  • Ho imparato che prendere atto della sofferenza che generiamo per il semplice fatto di essere vivi è cosa buona e giusta, che negarla non può che portare conseguenze disastrose e che cercare di restituire quello che prendiamo è un dovere, non un’opzione.
  • Ho imparato che piangere non è niente di vergognoso, anzi. Pulisce le vie respiratorie, mantiene giovane la pelle e previene certe pericolose cristallizzazioni che piagano la nostra società.
  • Ho imparato che se non vi lasciano usare i cellulari sugli aerei, non è per via di fantomatiche interferenze con la strumentazione di bordo, ma più semplicemente perché non riescono ad addebitarvi le chiamate.
  • Ho imparato che gli Stati Uniti non esistono. Non esiste il gigante monolitico monoculturale che ci viene propinato, è solo una delle tante balle che scambiamo per verità. E ho anche imparato che se amo questo “paese” ho le mie buone ragioni…
  • Ho imparato che c’è chi sta lavorando duramente per creare una nuova mentalità (o ritrovare una mentalità antica). Dopo la Seconda Guerra Mondiale qualcuno, il nome mi sfugge, disse: “Il ventunesimo secolo sarà spirituale o non sarà affatto”; è consolante sapere che si sta costruendo in quella direzione.
  • Ho imparato che non c’è merito più grande che piantare alberi sotto i quali non potrai mai sederti.
  • Ho imparato che una società dove ci si preoccupa prima del proprio posto di lavoro e poi di salvare una vita, non merita di continuare ad esistere.
  • Soprattutto ho imparato che i bambini sanno tutto e noi non sappiamo un c***o. Stanno nascendo dei maestri e sarà nostra responsabilità ascoltarli e aiutarli a crescere, dovremo essere l’humus nel quale potranno diventare alberi forti in grado di dare ombra, frutti e nuovo ossigeno. Non credo esista compito più bello.

Così siamo arrivati alla fine, ma un’altra cosa che ho imparato è che dopo la fine c’è sempre un altro inizio. Dove si va da qui? Prima di tutto mi servirà un nuovo lavoro, perché le mie finanze si avvicinano pericolosamente alla riserva e l’affitto non si paga da solo, l’Enia e la Telecom non fanno beneficenza, il frigorifero e la dispensa vanno riempiti (almeno finché non comincerò a crescere il mio cibo…).

Se posso permettermi di essere ridicolo e sognare sfacciatamente, sarebbe bello trasformare questo cazzeggio in un mestiere. Se avessi trecento contatti potrei chiedere un’offerta mensile dai cinque ai dieci euri, in cambio della promessa di un post al giorno e continuare a viaggiare finché non ne posso più. Visto che, in base a questo sondaggio, i sostenitori ufficiali di Lost in the Supermarket sono solo un cinquantesimo del numero necessario, trovarmi un lavoro è imperativo.

Di questi tempi un impiego è merce rara, vedremo cosa porterà il futuro, ma mi accontenterei di un lavoro che non pretendesse di succhiarmi l’anima in cambio dei soldi dell’affitto; un lavoro che mi lasciasse il tempo (e soprattutto le energie) per fare quello che conta davvero… vabbé, sto sognando ancora.
Quindi chiudiamo qui, finita la commedia; salutiamo chi ha resistito fino in fondo, cala il sipario, è ora di mettere le sedie sui tavoli e spazzare il pavimento. Buonanotte e buona fortuna a tutti.

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